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Recensione Saggio “Eppur si crea”

Fin dalle prime righe dell’introduzione si capisce che non siamo di fronte ad un libro qualsiasi. Fin dalle prime battute si comprende che la lettura di questo testo può fare la differenza

Educare a con-vivere nel presente con uno sguardo al futuro

  Come più volte detto dall’autore si può fare veramente la differenza solo se muoviamo un passo verso il cambiamento, azione assolutamente necessaria in un momento storico in cui siamo finalmente giunti alla consapevolezza di essere “fuori tempo massimo”. Gli esperimenti scientifici confermano da tempo la tendenza dell’essere umano di rimanere nella posizione di comfort. Due terzi delle persone, infatti, di fronte a un cambiamento scelgono di rimanere nella posizione usuale anche quando l’alternativa è assolutamente più vantaggiosa. Ci si chiede spesso come poter lavorare su questo aspetto della nostra mente che influenza così profondamente i nostri comportamenti. Una risposta arriva dall’educazione e, anche in questo caso, la scienza ha fatto scoperte recenti molto importanti, infatti è stato provato che apprendiamo dall’esperienza a partire dalla quattordicesima settimana di gestazione. L’educazione quindi può dare un contributo importante a questo cambiamento. Nel libro Paesaggio lingua madre (U. Morelli e. G. Cepollaro, Paesaggio lingua madre, Ed. Erickson, Trento 2014), Morelli ha parlato dell’importanza della Terza educazione. In questo tempo non è più sufficiente limitarsi alle due forme classiche di fare educazione. Si deve spostare l’attenzione ad un terzo pensiero che riguarda proprio la natura del cambiamento e della formazione, soprattutto delle nuove generazioni. L’educazione può svolgere una funzione di particolare rilievo per favorire cambiamenti negli orientamenti e nei comportamenti correlati all’ambiente, al paesaggio e alla vivibilità. Per poterlo fare l’educazione deve cambiare sia nei contenuti che nei metodi:

  • per accogliere e sostenere la rivoluzione cognitiva derivante dall’accesso all’informazione e alla conoscenza;
  • per affermare una cittadinanza planetaria;
  • per favorire il cambiamento di idee e comportamenti su cosa significa esseri umani da una posizione sopra le parti al riconoscimento di essere parte del tutto.
Considerando quanto detto è necessario introdurre il concetto di Terza educazione. La prima è quella mediante la quale apprendiamo spontaneamente e tacitamente a stare al mondo nelle relazioni e nei contesti culturali e naturali della nostra vita; la seconda è l’educazione con la quale impariamo le strutture verticali del sapere (quelle che ci consentono di avere le basi per conoscere). La terza educazione deve diventare la via attraverso la quale impariamo a stare al mondo facendone parte. E’ proprio alla luce di questa riflessione che è nata l’idea di studiare il saggio ponendo al centro il ruolo fondamentale dell’educazione come possibile, e forse unico, mezzo per giungere a una generatività, alla possibilità di poter fare un passo decisivo verso il cambiamento necessario. Come viene definita da Ugo Morelli la creatività deve essere intesa come un comportamento distintivo specie-specifico di noi umani, per comporre e ricomporre in modi almeno in arte originali i repertori disponibili. L’autore prende in considerazione undici sistemi che vincolano e ostacolano la creatività. La capacità dell’uomo di adottare comportamenti legati alla consuetudine e alla forza dell’abitudine, rendendolo incapace di innovazione e di elaborazione dei conflitti, porta a vincoli che non ci permettono di cogliere la differenza tra accogliere i conflitti e saperli rielaborare e mantenere comportamenti conformisti. Nella società contemporanea uno degli aspetti che più appare evidente è l’indifferenza non solo verso l’altro ma anche verso il contesto e l’ambiente in cui viviamo. Educare alla presenza vuol dire aiutare l’altro a rielaborare le difficoltà di accesso all’impegno che la relazione comporta. Basterebbe una presenza, come dice Ugo Morelli, per fare la differenza nella folla anonima di volti che scorrono invisibili. Una possibilità indicata dallo stesso autore è nutrire passioni, attraverso le quali emergere in un contesto che ci permetta di essere differenti. Si devono rivalorizzare i legami sociali e gli spazi di socialità che i contesti urbani, e non solo, possono offrire. E’ proprio negli spazi, sociali e pubblici, che si dipanano le dinamiche critiche che nutrono l’indifferenza, ostacolando la differenza e la creazione di una “condivisione condivisa”. In questi spazi infatti può emergere la creatività e ognuno di noi può sperimentare la possibilità di riconoscere la differenza e di trasgredire alla forza dell’abitudine, componendo e ricomponendo, in modi almeno in parte originali, ancora una volta, il rapporto tra la propria responsabilità civile, gli altri e il luogo in cui si trova. Riuscire a fare la differenza nell’accoglienza, nella comprensione e nella convivenza con l’altro è una delle sfide più importanti che la contemporaneità chiede soprattutto nell’educazione alle generazioni future, che si trovano disarmate e confuse vivendo in una società dove tutto è sospeso. Il punto di incontro e interdipendenza con il conformismo e l’indifferenza crea una zona oscura che viene definita da Ugo Morelli saturazione. La mancanza di una visione completa non solo del qui ed ora ma con uno sguardo ad oggi e uno al domani, comporta notevoli problematiche per l’effetto di “essere ciechi dentro”, di “non vedere di non vedere”. Questa modalità di affrontare le questioni importanti oggi, dall’ambiente, all’immigrazione, alla qualità della didattica nelle scuole e tanto altro, porta inevitabilmente la società a continuare a perseverare nell’agire per emergenze senza un disegno complesso e di vision future. Educhiamo quindi i bambini ad agire in questa maniera saturando ogni possibilità di vedere spazi possibili di azione, progettando un mondo privo di immaginazione, di creatività e di innovazione. Come dice William Blake “Chi non cambia mai idea è come l’acqua stagnante, alleva rettili nella testa”, stiamo educando la società all’autocontemplazione. Ci muoviamo negli spazi indifferenti e insensibili e spesso attraversiamo gli altri con sguardi autocentrati, come se loro non esistessero. Credere troppo in se stessi significa, come riporta l’autore, smettere di giocare con noi stessi. Giocare solo con se stessi significa però giocare a un gioco che produce sempre gli stessi risultati, che usa una creatività a esito predeterminato, una non-creatività quindi. Diventa perciò un gioco-non-gioco che inchioda sulla propria solitudine facendone motivo di contemplazione. Abbiamo bisogno dell’altro per riconoscerci e per fare in modo da giocare un gioco meno narcisistico che permette all’uomo di non usare gli altri per confermare se stesso, ma di giocare con gli altri per confermarsi. Abbiamo sufficienti verifiche dell’intersoggettività come fonte della soggettività, tali da mostrare come è nella relazione che si diventa se stessi. Ciò vale, come è verificato da un ampia gamma di recenti ricerche, fin dalla fase prenatale, laddove l’intersoggettività si configura come costitutiva del processo di individuazione soggettiva (M. Ammaniti e V. Gallese, La nascita dell’intersoggettività, Raffello Cortina Editore, Milano 2015) Nella relazione con l’altro una funzione fondamentale viene ricoperta dall’invidia. Spesso è la nostra incapacità di vedere come mai non possediamo noi, per noi stessi, quello che ci piace e sentiamo di volere. Non riusciamo a vedere perché quello che tanto vogliamo ce l’ha un altro e non noi. Spesso non è l’altro da noi a generarci invidia ma una parte di noi stessi che si mette contro l’altra che aveva pensato il possibile (autoinvidia). Questo concetto è spiegato in maniera chiara e approfondita da Luigi Pagliarani nel suo testo Il coraggio di Venere (L. Pagliarani, Il coraggio di Venere, Raffaello Cortina Editore, Milano 2003). Pagliarani lo chiama “Angoscia della bellezza” in quanto l’uomo cerca di concepire qualcosa di bello che potrebbe portarlo fuori dalle situazioni attuali ma produce di fatto comportamenti e atteggiamenti che finiscono per lasciare le cose come stanno. In un tempo nel quale l’umanità sembra essere arrivata ad un congelamento delle emozioni, invidia e autoinvidia assumono un ruolo fondamentale per comprendere le possibili azioni che la Terza Educazione può mettere in atto. L’invidia infatti può essere considerata un attacco all’amore, l’autoinvida invece potrebbe proporsi come attacco all’amore di sé. Da un punto di vista psicopedagogico ci troviamo di fronte oggi a forme di pregiudizio e di stereotipia che si affermano in modo pericoloso. Il pregiudizio quando si fossilizza in stereotipia riduce la varietà del mondo e le sue differenze a una forma sola, nega qualsiasi tipo di capacità creativa e porta l’essere umano a negare qualsiasi tipo di capacità creativa. Non viene più presa in considerazione la diversità ma l’unicità come essenza unica di riflessione e la paura si combina con l’aggressività e la rabbia. Censurare la capacità creativa, non solo di bambine e bambini ma anche degli adulti, è la prima forma di consegna della propria capacità generativa alla stereotipia, con conseguenze difficili per la relazione intersoggettiva umana. Siamo giunti ad una svolta storica nelle riflessioni sul concetto di accoglienza e di mediazione della paura e la contemporaneità richiede sempre maggior investimento nell’educazione alle emozioni come veicolo fondamentale per la relazione umana. Le emozioni, come scrive Morelli, non sono semplicemente resoconti di stati interiori. Il lavoro di Panksepp (J. Panksepp, L. Biven, Archeologia della mente. Origini neuroevolutive delle emozioni umane, trad. it., Raffaello Cortina Editore, Milano 2014) permette di trattare questo tema, scivoloso e controverso, come quello dei sentimenti e degli affetti, distinguendo e al tempo stesso correlando le attività neurali di base – con i sistemi emozionali di base che condividiamo con gli altri mammiferi (ricerca, paura, collera, desiderio sessuale, cura, panico/sofferenza, giocosità) – il processo secondario dei primi apprendimenti e i processi terziari che coinvolgono le funzioni cognitive e riflessive più complesse, assieme all’elaborazione dei sentimenti. Panksepp utilizza il termine «affetto» per indicare la natura primaria, di base, delle sensazioni legate alle emozioni: «Abbiamo scoperto che le antiche regioni sottocorticali del cervello dei mammiferi contengono almeno sette sistemi affettivi di base: qui ci riferiamo a questi sistemi come RICERCA (attesa), PAURA (ansia), COLLERA (rabbia), DESIDERIO SESSUALE (eccitazione sessuale), CURA (accudimento), PANICO/SOFFERENZA (tristezza), GIOCO (gioia sociale)» I sette sistemi affettivi individuati come primari sono per così dire la base dei molteplici flussi emotivi e delle «emozioni di livello superiore»: più precisamente: «Molteplici flussi emotivi possono attraversare la mente pensante, andando a creare un’enorme varietà di emozioni di livello superiore che sono spesso oggetto d’interesse degli psicologi – orgoglio, vergogna, sicurezza, colpa, gelosia, fiducia, disgusto, predominio e via dicendo, con centinaia di possibili varianti. Tuttavia, senza una visione chiara dei processi primari, l’importante lavoro sui processi superiori rimane profondamente incompleto». Un altro importante contributo viene dato dal neuroscienziato portoghese Antonio Damasio che utilizza il famoso caso di Nicholas Cage per evidenziare come i “legami” che ci permettono di entrare in relazione con gli altri e di essere riconosciuti come “razionali” non sono basati su una qualche razionalità pura e disincarnata, essendo legami emotivi; in altri termini, il piano cognitivo e quello emotivo delle nostre esistenze sono profondamente integrati. Damasio prosegue esponendo le ricerche che lo portano ad esplorare la «neurobiologia della razionalità» e a sostenere che alcuni deficit nella reattività emotiva e nel sentimento possono compromettere il ragionamento anche laddove siano preservati il linguaggio, l’attenzione, la memoria operativa e le capacità basilari del ragionamento logico. Dal caso di Gage e da altri esempi, Damasio ricava che l’uomo è un «organismo non dissociabile» composto di cervello e corpo, in cui emozione e ragionamento sono inestricabilmente legati. Riflettendo a lungo sull’emozione predominante in questo tempo, sia in ambito infantile che adulto, la paura che è fondamentale per la nostra sopravvivenza e la nostra storia evolutiva, svolge una funzione di mediazione tra i singoli e le società in cuoi viviamo. Per mediazione si intende tradurre ma noi non ce la facciamo più a contenere l’esigenza di tradurre quello che ci accade intorno in qualcosa di comprensibile. L’educazione alle emozioni svolge proprio un ruolo di mediazione dei confini tra lo spazio corporeo e lo spazio sociale. Siamo di fronte a intere generazioni di persone sole, incatenate nel proprio individualismo narcisistico con la sensazione di essere così piccoli per poter contenere la paura che viene dal mondo esterno. Viviamo oggi una solitudine che diventa sacralizzata perché non siamo più in grado di uscirne e riprendere il controllo delle nostre emozioni affinché tornino ad essere armoniche e in equilibrio con il nostro corpo e la nostra mente. L’educazione in questo senso può fare molto per cambiare lo stato dell’arte di questo tempo. Ci siamo circondati di muri, di recinzioni fino ad essere sicuri da morire e incapaci di agire per trovare soluzioni alternative. Ma come si sa, e come viene argomentato da Morelli, i muri producono macerie, il degrado del sentimento e delle prassi di civiltà infatti è purtroppo ampio e diffuso. Abbiamo bisogno di cambiare posizione e di assumere su una questione così decisiva una strategia chiara e condivisa. Siamo esseri caratterizzati da neuro plasticità e l’educazione plasma l’individuazione e la doppia faccia della stessa medaglia è investire ad educare alla distruttività. Sembra un paradosso ma l’aggressività umana si esprime in presa diretta e può diventare immediatamente distruttiva. L’indifferenza è uno dei problemi più diffusi e la crisi di legame sociale riguarda tutti noi. Il vuoto di senso che crea ha a che fare con le diverse forme di adesione che tante persone manifestano verso la diversità, essendo incapaci di mutuare dall’esperienza forme di comprensione e di azione per realizzare progressi e spazi di crescita in cui educare le nuove generazioni a confronti ormai evidenti e sempre più urgenti. Per fare questo l’educazione deve porsi di fronte a una riflessione su due questioni fondamentali. Da un lato fare un esame di realtà delle nostre responsabilità in quello che sta accadendo e, dall’altro riconoscere il valore del processo di civilizzazione delle nostre città e dei nostri paesi. Come dice Heinz von Foerster è urgente agire in modo da aumentare il numero delle possibilità per se stessi e per gli altri. In questo atto di cambiamento si deve tenere presente anche un nemico interno all’essere umano: la nostra tendenza ad assuefarci e a scivolare lentamente in uno stato di terrore, nel quale la compassion fade può ostacolare la presa di coscienza individuale e la capacità di risposte collettive, in quanto l’uomo si abitua alle situazioni che si creano e diventano in breve tempo normalità. Si afferma quindi la forza dell’abitudine e la neutralizzazione della spinta a cambiare qualcosa nei nostri comportamenti. Serve quindi un’educazione che sia in grado di proporre i vantaggi di comportamenti responsabili e attivi a problemi sociali e pubblici. Educare alle relazioni è il primo passo da fare se vogliamo avere ancora una possibilità per riuscire a stare nelle relazioni con l’altro e per dare alle generazioni future gli strumenti di cui necessitano per poter abitare un mondo come quello che nel tempo abbiamo creato. Diventa quindi necessario riportare l’attenzione all’importanza di un’educazione capace di aggiornarsi e di essere a passo con il tempo presente. Sottolineo quanto già detto inizialmente: la Terza Educazione deve diventare la via attraverso la quale impariamo a stare al mondo facendone parte, educando le nuove generazioni a importanti aspetti del saper leggere il tempo presente con uno sguardo di progettualità futura, non solo legato al qui ed ora. Come dice Morelli, l’Homo Sapiens può essere protagonista di questa scelta. In un tempo di profondi cambiamenti e di modificazioni preoccupanti del paesaggio dovute a situazioni contingenti di carattere climatico (ma non solo), la questione educativa, affettiva e sociale assume un carattere distintivo. Le nuove generazioni possono essere educate a comprendere e a evolvere per giungere a una tutela e preservazione della biodiversità, non solo intesa fuori da noi perché noi come specie umana ne facciamo parte e siamo la specie a più alto rischio di estinzione. Se non siamo in grado di attuare una riflessione che porta ad azioni concrete, legate non solo alle dinamiche dello stile di vita che abbiamo assunto, ma alla sfera educativa legata allo studio e alla ricerca dei comportamenti umani, avremo perso la più grande sfida che Homo Sapiens si è trovato ad affrontare. L’evento che ha colpito il Trentino Alto Adige a fine ottobre, conosciuto con i nome di Tempesta Vaia, deve far riflettere non solo sui danni economici e paesaggistici ma anche educativi e psicologici. Un evento di questa portata lascia il segno e richiede una particolare attenzione educativa, di quella che Morelli chiama la Terza Educazione. Per riuscire in questa impresa necessitiamo di amministrazioni capaci di perdere decisioni urgenti e fondamentali, di cui non possiamo fare a meno e che portano ad un profondo cambiamento di stili di vita e di attenzione ai consumi. L’essere umano però ha la necessità di capire che senza gli sguardi altri tendiamo a diventare complici di noi stessi; questo si può evitare sperimentando le differenze culturali e sociali, guardando il luogo dal mondo e non il mondo dal luogo. Il pluralismo culturale ci offre inoltre l’opportunità di esplorare possibili alternative entro lo spazio che il mondo ci concede. Nel saggio di Morelli troviamo spunti di riflessione così profondi e puntuali da poter essere considerato il testo per iniziare a porre le basi di un cambiamento concreto fatto di azioni e di decisioni che mirano alla collettività e non più alla necessità immediata e pratica di un singolo.  

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