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LA NUOVA OPPORTUNITA’ PER HOMO SAPIENS – Recensione libri Ugo Morelli

Stiamo vivendo un periodo che genera molti traumi, non solo dal punto di vista economico ma soprattutto umano e sociale. Ormai è risaputo che è dal trauma che possono nascere delle possibilità. Consideriamo i temi affrontati nei due saggi di Ugo Morelli come possibili argomenti generativi, costruttivi particolarmente adatti per una realtà come la nostra che si differenzia per le potenzialità di turismo diffuso soprattutto di fronte alla crisi delle forme turistiche iperspecializzate, come lo sci da discesa, oggetto di un grande dibattito.

Terza educazione: l'unica via possibile

Si tratta sempre di uscire da una monocultura per valorizzare la ricchezza diffusa dell’offerta che nei nostri territori ha tante facce e che corrisponde a una domanda crescente di turismo sostenibile e vivibile. Durante questa pandemia in letteratura si sono viste due reazioni opposte agli eventi che hanno cambiato forse per sempre il tempo e i nostri modi di vivere e pensare. Da una parte c’è chi affronta il tema attraverso il tentativo di assorbire lo shock, elaborandolo con spiegazioni che attingono a discipline diverse. Dall’altra invece si ritrovano narrazioni che ne enfatizzano il carattere inaudito, facendo della pandemia la soglia di ingresso in un mondo completamente nuovo. Questo tempo quindi che viviamo supera la più spinta fantascienza. Per sopravvivere però non basta riadattare le narrazioni e le forme stanche della nostra cultura, né fare cosmesi superficiali dei nostri comportamenti di sempre. Lo stato di latenza, in questa fase di profonde trasformazioni, è probabilmente la peggiore delle scelte possibili. È necessario, perciò, un ribaltamento di paradigma, fatto di scelte strategiche, coraggiose, innovative e, perché no, anche inaudite. Il cambiamento che stiamo vivendo è archeopsicologico, come lo ha definito Gianluca Didino in un suo articolo apparso su Doppiozero: ha a che fare cioè con qualcosa che arriva prima di homo sul pianeta e l’unica cosa che possiamo fare è effettuare delle grandi incursioni nel lontanissimo passato e delle proiezioni nel più avanzato futuro. Mai come in questo periodo abbiamo bisogno di prestare attenzione a quello che ci precede, a tutto quanto costituisce materia dalla quale dipendiamo e da cui la nostra stessa storia evolutiva dipende. Ugo Morelli nei suoi saggi “Empatie ritrovate” e “I paesaggi della nostra vita” fa proprio questo, analizza il presente con una prospettiva futura necessaria e richiesta dalla nostra condizione. Ciò che accomuna i due libri è proprio l’analisi della nostra difficoltà o incapacità a imparare, e del perché è importante imparare ad imparare, che non vuol dire solo apprendere ma imparare a riflettere su come lo facciamo. Imparare ad imparare vuol dire cercare le vie per riconoscere le nostre resistenze, dalle quali possiamo apprendere ad evolverci, superando i vincoli e sfruttando le possibilità. Se Covid-19 ha assunto la funzione di un evidenziatore di una situazione ormai insostenibile, di un modello di vita basato sull’insostenibilità, e ci ha anche dato l’opportunità di riflettere su molti aspetti che hanno reso invivibile e insostenibile l’ambiente in cui viviamo e le questioni fondamentali della nostra vita come le relazioni e il lavoro, o i nostri modi di consumare, ad esempio. Tutto questo è sotto i nostri occhi ma le questioni si possono ridurre, nonostante la mortificazione di questa potatura, a due. Abbiamo messo in discussione la nostra primordiale caratteristica di animali sociali e di esseri che si individuano nell’intersoggettività, obbligandoci ad assumere come mantra il distanziamento sociale. Il linguaggio peraltro è una delle caratteristiche distintive della nostra specie che ha ricevuto un profondo scossone. Pongo a me e a voi una domanda: si può parlare di distanziamento sociale tra esseri umani? O forse è più corretto utilizzare il concetto di distanziamento fisico? Quali sono le differenze sostanziali di questi due concetti? Quella più evidente è che l’essere umano, essendo un animale sociale che si costruisce nell’intersoggettività e nei processi empatici, non potrebbe vivere distanziato socialmente dall’altro, in quanto l’intersoggettività è fondativa delle relazioni, perché non possiamo sostenere l’esistenza di un io senza un noi. L’ "altro” al giorno d’oggi è visto come il potenziale pericolo, non possiamo più toccarci né abbracciarci. Soffermarsi sulle mani e sul contatto per cercare di comprendere che cosa ci stia accadendo e come stiamo cambiando, è uno dei temi che Morelli tratta in Empatie ritrovate. L’autore si pone il problema di una specie, la nostra, intersoggettiva per natura, che si ritrova a dover sospendere l’empatia, a dover interrompere la socialità, per affrontare la paura e cercare di non ammalarsi. Sono molte le cose che impariamo su noi stessi alla luce di queste dinamiche. Sempre più spesso chi fa il mio mestiere si ritrova ad ascoltare storie di profonda solitudine intima e di confronto con l’altro. Non solo adulti single ma anche adolescenti che si interrogano sempre più spesso su cosa accadrà alla loro storia d’amore, dato che molto spesso sono obbligati a non poter avere contatti con il proprio compagno o la propria compagna perché non sono congiunti. Le mani in tutto questo hanno assunto una particolare rilevanza: non sono più il nostro contatto con l’altro, lo strumento attraverso il quale stabiliamo una relazione personale o professionale, un patto con le persone, ma sono considerate mezzi di contagio interessate a numerose e ripetute sanificazioni quotidiane. Siamo quindi esseri empatici e non possiamo non creare vibrazioni con l’altro. Si sperimenta però la dimensione trattenuta e censurata dell’empatia, anche se per natura, per esserci nella relazione con l’altro, si deve partire dal suo punto di vista. Oggi abbiamo scoperto la mancanza di possibilità di vivere le implicazioni dell’empatia. Proviamo a imparare dalle mancanze di possibilità empatiche ma per farlo siamo costretti a darci un limite come vero contenitore del possibile. La seconda questione rilevante è legata agli spazi di vita. Ci siamo improvvisamente accorti, recuperandoli per qualche mese, dell’invivibilità degli spazi di vita, sia pubblici che privati. Stante la crisi del paesaggio si può lavorare sul concetto di vivibilità e fornire modelli di vita possibili. Ogni trauma ha una sua dimensione distruttiva ma anche e soprattutto generativa. Il trauma infatti è denso di possibilità di apprendimento. Si devono però mettere in discussione le premesse per non mantenere l’ordine precedente. Dobbiamo cercare di ragionare sulle premesse, ma è una delle cose più difficili da fare. Abbiamo creato paesaggi sacri ma non sappiamo creare un paesaggio vivibile in cui vivere la sacralità. Abbiamo relegato tutto a luoghi circoscritti da venerare, valorizzando l’interno ma non l’intorno, o viceversa. Come ha detto Michelangelo Pistoletto, dovremmo riuscire a creare un paradiso qui. La domanda che pongo è questa: si può provare amore per un luogo e non amore per i luoghi? Il paesaggio è diventato un luogo del trauma collettivo. Il mondo di domani non esiste perché non abbiamo le parole per scriverlo. È per questo che ora più che mai dobbiamo riflettere su questi aspetti, perché i paesaggi della nostra vita sono anche fatti di una dimensione politica, sia nel senso stretto della parola, ma anche di una politica collettiva, che riporti a tutti noi il senso di responsabilità di agire in una direzione condivisa e che guardi a quell’avanzato futuro a cui andremo incontro. Ciò che deve cambiare è il modo in cui pensiamo alle storie e deve essere un cambiamento radicale. Questo può accadere solo attraverso la Terza Educazione. In questo tempo non è più sufficiente limitarsi alle due forme classiche di fare educazione. Si deve spostare l’attenzione ad un terzo pensiero che riguarda proprio la natura del cambiamento e della formazione, soprattutto delle nuove generazioni. Quando si parla di educazione non si intende solo quella che pratichiamo nella crescita dei figli e dei bambini, ma si intende la capacità di tirar fuori il meglio da noi tutti. L’educazione può svolgere una funzione di particolare rilievo per favorire cambiamenti negli orientamenti e nei comportamenti correlati alla condizione in cui viviamo oggi. Per poterlo fare l’educazione deve cambiare sia nei contenuti che nei metodi. Considerando quanto detto è necessario introdurre il concetto e le prassi di Terza Educazione. Se la prima è quella mediante la quale apprendiamo spontaneamente e tacitamente a stare al mondo nelle relazioni e nei contesti culturali e naturali della nostra vita; la seconda è l’educazione con la quale impariamo le strutture verticali del sapere (quelle che ci consentono di avere le basi per conoscere). La Terza Educazione deve diventare la via attraverso la quale impariamo aspetti fondamentali di noi stessi e dei nostri modi di pensare e agire, e impariamo a stare al mondo facendone parte. La Terza Educazione diventerà efficace se cambieremo la prima e la seconda. Solo in questo modo arriveremo ad avere una consapevolezza e un orientamento innovativi nei nostri comportamenti e nelle nostre relazioni. Come ci ricorda Matteo Meschiari in “Antropocene fantastico. Scrivere un altro mondo” quello che manca è una discussione coraggiosa sui contenuti. Sul cosa, prima che sul come. Sul perché prima che sul chi. Siamo quindi chiamati con urgenza a riflettere sulla creazione non solo metaforica ma concreta di un nuovo linguaggio che generi un nuovo tipo di mondo che dovremmo essere in grado di creare, per poter ripensare al sistema insostenibile in cui siamo immersi e che si è determinato in un tempo relativamente breve.

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