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CICATRICE. QUESTA VOLTA INDELEBILE!

Un’ipotesi di terapia sociale basata sulle domande

Una metafora che ricorre

E’ la terza volta che penso alla metafora della cicatrice per spiegare cosa accade alla nostra società. La scorsa volta è stata in occasione della Tempesta Vaia che ha colpito molte zone in Trentino Alto Adige e in Veneto. Da quella terribile esperienza, non solo per gli alberi abbattuti in pochi istanti ma anche per le persone che hanno vissuto momenti da incubo in balia della forza della natura, non abbiamo imparato nulla. Una volta rialzati in piedi, e tutto sommato lo abbiamo fatto anche abbastanza velocemente, ci siamo subito occupati di capire come potevamo rendere questo fatto in una progettualità economica e mirata alla sistemazione. Un po’ come gettare la polvere sotto il tappeto pensando di aver pulito il pavimento. Nessuno è stato in grado di prendere decisioni drastiche per far fronte al cambiamento climatico che ormai è sotto gli occhi di tutti.

La forza invisibile

In questi giorni terribili ci stiamo confrontando con una forza invisibile che sta mettendo in ginocchio un’intera nazione e, piano piano, l’intero sistema degli esseri umani. Si sta creando una cicatrice che tutti noi porteremo dentro. Quando le bambine e i bambini si guardano le gambe o le braccia indicando una ad una le vicissitudini che hanno lasciato un segno sulla loro pelle, un segno che spesso non andrà più via e da adulti ricorderanno la caduta in bicicletta o la corsa in ospedale per dare i punti ad una ferita. Questa vola la cicatrice sarà invisibile, ce la porteremo tutti dentro. Questa volta contiamo i morti, tocchiamo con mano il dolore, ci disperiamo all’uscita dei bollettini che ogni sera arrivano puntuali a farci capire, che questa volta siamo di fronte ad una cosa veramente grossa. Ci sono persone che rischiano la vita tutti i giorni per salvarne altre, ci sono persone che muoiono sole, che sono trasportate in una bara in altre regioni perché alcune città sono al collasso. Tutto questo ha modificato radicalmente la nostra quotidianità, le nostre abitudini, le nostre comodità e i nostri sprechi. E’ come se da un giorno all’altro tutto fosse diventato pericoloso, inaffidabile. Come se la terra solida su cui abbiamo sempre appoggiato i piedi si fosse trasformata in un guscio d’uovo, talmente delicato che con un piccolo errore si può distruggere, da un momento all’altro. Da un giorno all’altro ci siamo trovati chiusi in casa. Il tempo ha assunto una dimensione totalmente diversa, l’ambiente ha iniziato a respirare al posto nostro e in questo stato di sospensione abbiamo il tempo per riflettere.

E' TEMPO DI DOMANDE!!!!

Per la professione che svolgo mi trovo sempre a comprendere quali saranno le conseguenze delle azioni, soprattutto quali possono essere le riflessioni che questo tempo richiede rispetto ai modi più adatti per intervenire nelle crisi delle relazioni sociali e individuali. Non sono certo in grado di dire cosa bisogna fare in questo presente. Non penso sia tempo di risposte. È tempo di domande che possono essere utili a pensare il presente e orientare una ricerca per l’avvenire. A pensarci bene già i tempi degli ultimi anni ci hanno fornito indicazioni che non abbiamo ascoltato. Di cigni neri, secondo l’ipotesi di Taleb, ne sono passati ma non abbiamo voluto vederli. Vorrei allora proporre di istituire una terapia insolita, non basata sulle risposte, ma, appunto, sulle domande. Domande che hanno origini in un tempo precedente a questo e riguardanti questioni che questo angoscioso presente lo hanno preparato. Una terapia sociale basata su incontri di gruppo o anche individuale, basata sulle domande, per curare la nostra disattenzione o la disposizione a negare i segnali sempre più evidenti di un necessario cambiamento. Mettersi in una posizione propositiva è la prima cosa da fare per affrontare il presente che opprime. I temi che mi stanno più a cuore, tra i tanti e con potenzialità di cambiamento, riguardano l’affettività e, in particolare la rilevanza dei codici affettivi per accedere a una sensibilità diversa rispetto al mondo. I codici materni in particolare possono aiutare a cercare di assumere comportamenti e atteggiamenti amichevoli verso gli altri, verso l’ambiente e verso la vivibilità relazionale, sociale ed economica. Riguardano l’educazione alla cooperazione e all’intersoggettività come condizione per ogni progettualità sociale e di cambiamento, ponendo al centro la pratica delle differenze e della libertà come costitutiva di una società più giusta. Senza investimenti in terapie sociali e educazione basate sulle domande che contano sarebbe difficile emergere dall’angoscioso presente e cercare vie per l’oggi e per il domani. Alcune delle domande su cui sviluppare dialoghi terapeutici oggi particolarmente utili, che a me vengono in mente sono: che importanza hanno le relazioni sociali; come rendere plurale l’uso dei codici affettivi; come sviluppare una necessaria responsabilità verso l’ambiente; quali significati può assumere la libertà individuale; come si può elaborare l’egoismo in una prospettiva altruistica.

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